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simonebellis
4 settembre 2010

Verso il futuro


Pubblico l'estratto di una proposta che ho avanzato a Davide Bono, consigliere regionale del Piemonte, in seguito a una discussione riguardante le energie alternative.
Nel momento in cui pubblico questo articolo sono in attesa di una risposta, che provvederò a pubblicare non appena la riceverò.
Ho eliminato i riferimenti a realtà esclusivamente piemontesi.

Sono molto ben accette idee, sviluppi o critiche su punti deboli nella mia proposta.
Se piace, prego chiunque voglia di farla propria e diffondere il testo.

[...]
Attualmente gli incentivi prevedono sostanzialmente un'ammortamento più rapido dei costi di installazione. Se non sbaglio è valutato che in otto anni si rientra nelle spese, e poi è tutto risparmio.
I punti critici del sistema si evidenziano subito: come prima cosa un privato difficilmente ha le disponibilità per affrontare la spesa necessaria, e anche potendo permetterselo è ovviamente scoraggiato dal salasso. Aggiungiamo che un privato, per quanto abbia una vita stabile, difficilmente fa piani a distanza di quasi un decennio. Questo è compito di un'impresa.
Aggiungiamo che nei grandi centri abitati si vive in condominio, e questo è un ulteriore ostacolo all'installazione di pannelli.

La soluzione che ho identificato è questa. La regione offrirà incentivi non ai privati, ma alle imprese per l'installazione di fotovoltaico.
Contemporaneamente si deve studiare una collaborazione con i fornitori di energia elettrica.
I pannelli vengono installati sui tetti a spese dell'impresa e non del privato. Qui può subentrare la regione incentivando in maniera onesta l'operazione.
I pannelli rimangono di proprietà dell'agenzia fornitrice, che paga "l'affitto" del tetto fornendo energia all'abitazione. 
In base alla superficie del tetto e all'esposizione (qui la parola passa agli esperti) si studia un contratto che preveda una fornitura ovviamente limitata di energia. 
Il fatto di avere una fornitura gratuita e illimitata incentiverebbe gli sprechi, mentre è più vantaggioso stabilire un limite ragionevole.
Il resto è energia pulita a disposizione della comunità.
La manutenzione dei pannelli è a carico dell'impresa proprietaria.


L'incentivo pubblico all'installazione dei pannelli imporrà dei vincoli.
Come prima cosa si identifica con precisione il proprietario unico e responsabile. Tendenzialmente dovrebbe essere il fornitore di energia, ma non escludo un modello in cui sia invece l'installatore, anche se questo potrebbe complicare la risoluzione contrattuale.
L'energia prodotta dai pannelli dovrà essere venduta a un prezzo equo stabilito con la regione, in base al costo medio dell'energia.
La percentuale che andrebbe destinata all'edificio potrebbe essere vincolata in qualche modo, per evitare che i fornitori siano incentivati a far ridurre i consumi agli inquilini. Forse sono paranoico, ma non si sa mai.
Importantissimo stabilire a priori e con precisione le competenze in merito alla manutenzione. In sostanza, quando tocca alla società fornitrice tirar fuori i soldi e quando agli inquilini, o eventualmente anche l'installatore.
Ogni impianto dovrà avere un contatore che segnali l'energia prodotta, quella destinata all'abitazione, e il costo a cui viene venduta, in modo che i privati potranno diventare controllori a loro volta. 
Per adesso tralascio temi come il controllo dei contatori ed eventuali sanzioni in caso di inadempienza da parte della società finanziata.

Il vantaggio di questo sistema è che per una società è normale calcolare di ammortare delle spese in qualche anno, e comunque incomincerebbe a guadagnare qualcosa da subito. I privati avranno comunque un vantaggio senza dover tirare fuori un soldo, e l'ambiente ci guadagna.
Normalmente un inquilino sente parlare del suo tetto solo quando si rompe qualcosa, in questo caso spero che una novità simile venga accolta positivamente.

Si potrebbe decidere un domani di destinare una piccola percentuale per le colonnine di ricarica dei mezzi elettrici. Qui però manca ancora il contesto per iniziare il discorso.


Sulle modalità degli incentivi.

Utilizzare un sistema a "fondo perduto" per incentivare l'installazione a mio avviso non sarebbe efficiente. Come prima cosa l'esborso per l'ente finanziante sarebbe immane, secondo il fondo perduto è capitale su cui si paga le tasse, e non incentiva un comportamento virtuoso da parte dei contraenti.

Un finanziamento agevolato, con tasso di interesse e termine da stabilirsi, sarebbe la soluzione più idonea. Si potrebbe pensare a una partecipazione da parte delle banche, come avviene già per molti finanziamenti, ma tenendo un controllo molto più stretto sull'iter. A oggi un'impresa che richiede un finanziamento alla regione è in completa balia delle banche e enti di garanzia. Comunque con società di grosso taglio non dovrebbero esserci troppi problemi nel calcolare le possibilità di restituzione.
Studiato nel modo corretto si può fare in modo che l'azienda fornitrice si ripaghi i pannelli vendendo l'energia. Il privato ci guadagna, l'azienda installa con agevolazioni, la regione riprende col tempo il denaro erogato, se non ci sono intoppi è una situazione in cui tutti hanno da guadagnare qualcosa, senza contare il netto vantaggio ambientale.

Simone Bellis.


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22 aprile 2010

I tuoi diritti, i miei diritti.

In questi giorni ci sono state alcune novità relative al mondo di internet.
Una di queste è stata una dichiarazione del ministro Maroni, riguardo alla diffusione on line di materiale audio e video. Nello specifico parlava di materiale coperto da copyright, e proponeva un modello di diffusione gratuita pagata da sponsor pubblicitari. In pratica, un sito dove scaricare contenuti originali, gratis e legalmente, grazie all'indotto pubblicitario.
Di per sé non è una trovata pionieristica, in molti ci hanno pensato ma nessuno è ancora riuscito a creare un servizio realmente competitivo basato su questi presupposti.
L'analisi del ministro è piuttosto superficiale, ma fa intendere quanto meno un interesse per la questione, e non è da sottovalutarsi. Dove la legge si distacca di molto dalla realtà, e trova ostacoli nella stessa applicazione, è importante risolvere il problema in una maniera più netta ed efficace.

E' di oggi la chiusura del sito linkstreaming.com, un sito dove era possibile visionare o scaricare illegalmente materiale protetto. Non è chiaro se si tratti effettivamente di sequestro, poiché pare che il sito sia sparito "spontaneamente" prima ancora di essere bloccato. 
Il copyright è una norma concorde agli articoli 35 e 42 della Costituzione. 

Un altro caso rilevante è il conflitto creatosi tra Telecom Italia e l'associazione Fapav (Federazione Anti Pirateria Audiovisiva). 
La Fapav ha richiesto a Telecom di segnalare alle autorità gli utenti che scaricano illegalmente materiale protetto da copyright. Il Tribunale di Roma si è espresso contro questa richiesta, per più di un motivo. Come prima cosa una richiesta del genere è ammissibile soltanto da parte delle autorità giudiziarie, inoltre l'obbligo di verifica non spetta al provider. La richiesta della Fapav è in contrasto con l'articolo 15 della Costituzione.

Sebbene il copyright sia idealmente una norma giusta, è bene tornare sulle dichiarazioni del ministro Maroni. Difendere i diritti d'autore con norme incapaci di gestire i nuovi mezzi di comunicazione vuol dire non interessarsi del problema. 
La questione morale al riguardo non è per nulla sentita dai cittadini, e chi fruisce illlegalmente di materiale audiovisivo in pratica non è perseguibile dalla legge, in primis per cause logistiche. Spesso si evidenziano persino conflitti tra le leggi a protezione dei diritti d'autore con quelle riguardanti la privacy.
In questo modo spesso assistiamo a un circolo vizioso che porta all'incremento dei prezzi di materiale audiovisivo, con conseguente aumento della pirateria.
E' quindi dovere delle istituzioni andare oltre al semplice problema giuridico legislativo, e tentare di proporre modelli innovativi in grado di proteggere i produttori come i consumatori. Gestire il materiale web è diventato un problema reale. Un'evoluzione in questo senso si potrebbe paragonare al passaggio dal semplice pozzo all'acquedotto.


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21 aprile 2010

Volare. Oh oh!

Il 15 aprile l'Espresso ha pubblicato un articolo, che spiegava come alcuni eurodeputati utilizzassero un jet privato per raggiungere ogni mese il Parlamento Europeo. 
La prima obiezione riguarda appunto i costi, andata e ritorno costano complessivamente 1.400 euro. I deputati si giustificano dicendo che non esiste un volo diretto che parta dal sud Italia, per cui si rende necessario, o quantomeno molto utile, utilizzare quel particolare servizio.
Nelle passate legislature gli eurodeputati si servivano soprattutto di voli low cost. Cosa è cambiato nel frattempo?
Le vecchie regole per il rimborso dei costi di viaggio prevedevano un indennizzo forfettario di circa 800 euro, a prescindere dal costo del biglietto. Oggi per ottenere un rimborso i deputati devono presentare carta d'imbarco e ricevuta di pagamento, ricevendo una somma pari al costo del biglietto.
E' qui che si presenta la parte più grave della faccenda. La carta d'imbarco non viene rilasciata per i voli privati, ma solo per i charter e i voli di linea.
Il gruppo Espresso ha telefonato all'agenzia "Mustfly", dicendo di chiamare per conto di un deputato, chiedendo informazioni su come ottenere comunque il rimborso.
Biagio Coppolino, responsabile marketing dell'azienda, ha risposto così: "Si tratta di un jet privato camuffato. Sulla fattura lo qualifichiamo formalmente come volo charter. Per quelli privati, infatti, il regolamento non prevede rimborso... Il boarding pass verrà consegnato a posteriori, per ottenere l'indennizzo".
Secondo Coppolino inoltre questo tipo di operazione avviene regolarmente, ma non finisce qui. Altrettanto regolarmente la fattura viene gonfiata, arrivando ad addebitare il biglietto di parenti e amici, tutto in un'unica tariffa. Dice infatti Coppolino: "Mettiamo tutto su un unico biglietto o su più biglietti. Qui lo dico e qui lo nego: il deputato può attribuire il costo del biglietto a un terzo che non ha viaggiato. La natura dei parlamentari fa sì che si possano cambiare le regole". 

E' bene ora spiegare come si sia arrivati ad adottare questo sistema per i rimborsi.
Abbiamo già detto che fino alla scorsa legislatura i rimborsi erano stabiliti forfettariamente intorno agli 800 euro. Gli eurodeputati avevano l'abitudine di utilizzare voli low cost, così da intascare la differenza. 
Un esempio eclatante, di cui in Italia non si è praticamente parlato, è quello di Giorgio Napolitano. Un giornalista tedesco faceva notare come Napolitano, all'epoca euro parlamentare, avesse speso circa 90 euro di biglietto ottenendo però un rimborso di 800. In pratica ogni tappa a Bruxelles portava nelle tasche del Presidente della Repubblica 700 euro netti. Incalzato dalle domande del giornalista Napolitano gli intimò di lasciarlo in pace, arrivando a minacciare di ricorrere alle forze dell'ordine.
Questo e altri casi hanno convinto l'UE della necessità di non dare più rimborsi forfettari ai deputati.
Peccato che non si sia stabilito un tetto massimo, così la situazione è peggiorata per i contribuenti.

Coppolino prosegue nelle sue dichiarazioni. Secondo il responsabile marketing la storia va avanti da fine 2009, in seguito a un accordo tra l'ideatore del servizio, Giuseppe Spadaccini, e l'europarlamentare Guido Milana (PD), che nega però ogni attribuzione. Nonostante questo difende l'utilizzo dell'aereo privato, dicendo testualmente: "È la cosa più utile, economica e intelligente da fare finché non ci saranno voli diretti".
L'Espresso fa i nomi di alcuni passeggeri. 
Volo in data 8 marzo:  Andrea Cozzolino (Pd), Guido Milana (Pd), Barbara Matera (Pdl), Salvatore Iacolino (Pdl) e Roberto Gualtieri (Pd).
Volo in data 23 novembre: Giovanni Pittella (Pd), Rosario Crocetta (Pd), Giovanni La Via (Pdl), Sergio Silvestris (Pdl), Sonia Alfano (Idv), e Roberta Angelilli (Pdl).
Nei mesi scorsi hanno fruito del servizio Silvia Costa (Pd) e Luigi De Magistris (Idv).

In entrambe le soluzioni adottate dall'UE viene lasciato largo spazio per sprechi e trucchetti. In nessuno dei due casi sembra esserci stato l'impegno o la volontà di ridurre effettivamente gli abusi riguardanti i rimborsi per le trasferte. 



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17 aprile 2010

La mia poltrona

Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rilasciato dichiarazioni nette dopo la riunione fra i vertici di partito.
Il leader del PDL asserisce che, se Fini dovesse proseguire e formare dei gruppi autonomi, ci sarebbe una scissione, e che il governo porterebbe a termine la legislatura a prescindere dalla formazione dei gruppi.
Ribadisce anche l'incompatibilità della scelta di Fini con il suo ruolo di Presidente della Camera, arrivando a dire: "Fini dimentica che quando l'ho fatto presidente della Camera. Mi aveva garantito che non avrebbe sfruttato la sua carica per fare politica attiva. Ha tradito il patto di fiducia"

Non c'è molto altro da dire sulla questione, le dichiarazioni del Premier non sono fraintendibili. Egli ritiene che la carica di Presidente della Camera dipenda da una sua concessione. Peggio ancora, se non arrivassero smentite si potrebbe essere portati a pensare che per questo governo una tale situazione degenerata sia reale.

Questo è in pesante contrasto con l'articolo 63 della Costizione, che rimette alle singole camere il potere di determinare il proprio presidente.
E' importante capire che ove il Parlamento venga limitato nelle proprie funzioni, di fatto è un potere che si toglie ai cittadini.


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17 aprile 2010

In arrivo anche nella tua città...


Tutti ricorderanno le manifestazioni dell'Onda studentesca, che per un po' hanno tenuto banco nei vari notiziari e giornali. Gli studenti hanno dipinto un futuro a tinte fosche per la scuola, ove la riforma Gelmini fosse stata approvata così come è stata proposta.
Tra gli aspetti più contestati della riforma il taglio dei fondi era sicuramente in pole position. Ogni struttura ha affrontato la riduzione del budget come ha potuto, secondo capacità e intenzioni degli organi dirigenti. Oggi però assistiamo ai primi evidenti segnali di disfunzione. 
In provincia di Padova svariati istituti, tra superiori e inferiori, si trovano impossibilitati a coprire i costi relativi al personale. Insegnanti, bidelli, e soprattutto supplenti, che sono una sorta di incognita di spesa per le strutture scolastiche, in alcuni casi non percepiscono stipendio da gennaio. Gli insegnanti in certi casi si rifiutano di fare supplenza, perché sanno che quelle ore non gli verranno mai pagate. 
Risulta evidente che le opzioni a disposizione degli istituti per rimediare al problema non sono granché. Come prima cosa i minorenni necessitano di un tutore idoneo per legge che li tenga in custodia, e non meno importante è l'istruzione che devono ricevere in tali ore. L'accorpamento di classi può forse soddisfare il primo requisito, ma esistono dei limiti legali e oggettivi entro cui si potrebbe ricorrere a questa soluzione.
In certi casi si è ricorsi a un finanziamento da parte dei genitori degli studenti per coprire queste spese. 
In pratica, il denaro che normalmente i genitori destinano a gite o qualsivoglia attività formativa aggiunta, verrebbe destinato a coprire i debiti, e in alcuni casi è già successo.

Risulta quindi evidente in maniera lampante il conflitto tra le azioni di governo e l'articolo 34 della Costituzione, che dovrebbe garantire istruzione gratuita almeno nel periodo dell'obbligo. 
Si aggiunge il fatto che, se non si dovesse rimediare immediatamente alla situazione corrente, si verrebbe a creare una disparità oggettiva, condizionata dalle risorse dei singoli nuclei familiari, in base cioè a quanto essi possano venire incontro alle esigenze economiche dei vari istituti.
Il perdurare di questa situazione determinerebbe quindi una violazione dell'articolo 3 della Costituzione, che sancisce uguaglianza di trattamento per tutti i cittadini, a prescindere da opinioni e condizioni fisiche o sociali.

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17 aprile 2010

Bertone e il sesso

In data 12 marzo il cardinale Bertone parla dal Cile, annunciando dei provvedimenti contro gli abusi perpetrati da sacerdoti, e difendendo a spada tratta il celibato cattolico. 
Tra le sue dichiarazioni in merito una in particolare ha creato grande scalpore. Secondo il cardinale Bertone "molti sociologi, molti psichiatri hanno dimostrato che non c'è relazione tra celibato e pedofilia, e invece molti altri hanno dimostrato, me lo hanno detto recentemente, che c'è una relazione tra omosessualità e pedofilia. Si tratta di una patologia che interessa tutte le categorie sociali, e preti in minor grado in termini percentuali."
Analizziamo i fatti con ordine. Come prima cosa il celibato: la repressione sessuale può causare deviazione. Ciò non vuol dire che debba, o che derivi soltanto dal celibato, motivo per cui, giustamente, non esiste una relazione diretta tra preti e pedofilia.
Riguardo alla correlazione con l'omosessualità è semplicemente falso. E' scorretto persino accostare l'omosessualità al concetto di patologia.
Sulle statistiche ventilate dal cardinale Bertone è difficile pronunciarsi, non avendo dato alcun riferimento che permetta di contestualizzarle. Noto però nel suo pensiero un'incomprensione del problema. Il problema della pedofilia nella Chiesa ha grande risalto mediatico perché ogni prete fa parte della stessa struttura, che abiti in Europa o in Africa, per cui la responsabilità ricade sempre su una sola istituzione. Non si può dire lo stesso invece dei casi legati al nucleo famigliare, piuttosto che alla scuola, per ovvi motivi.
Il problema di cui non si vuole parlare non è tanto il caso singolo, o l'eventuale qualità criminogena del celibato, quanto il fatto che ci sia stata una copertura dei suddetti crimini, e la sottrazione dei colpevoli alla giustizia competente.
Oltre a essere fatti gravissimi questi sono di fatto completamente riconducibili ai vertici della Chiesa, e le motivazioni non possono essere ricercate in stravaganti teorie psicologiche, statistiche o altro. Sono frutto di una precisa volontà determinata da fattori politici e mediatici. 
Risulta quindi ovvio come mai ci sia questa correlazione tra Chiesa e pedofilia, ed essa non deriva dall'incidenza o meno del fenomeno all'interno delle gerarchie ecclesiastiche, quanto dalle responsabilità oggettive delle stesse.
Bertone insiste nel dire che la Chiesa non ha mai tentato di nascondere crimini collegati alla pedofilia, purtroppo non fornisce alcuna prova da opporre ai documenti e alle testimonianze che indicano il contrario.
Non solo non individuo argomentazioni rilevanti nelle parole del cardinale, anzi è evidente il tentativo di sviare il discorso dai punti più importanti, arrivando addirittura a citare delle dimostrazioni scientifiche inesistenti.
Detto in altre parole, mente.
Per avere la giusta prospettiva dei reati contestati è bene tradurre abusi con stupro e pedofilia con minori. 
Stupro di minori.

Le dichiarazioni del cardinale Bertone sono una palese discriminazione nei confronti degli omosessuali, in contrasto con l'articolo 3 della Costituzione. I tentativi di sottrarre i colpevoli dei reati di pedofilia alla giustizia contrasta nuovamente con l'articolo 3 e 25 della Costituzione.


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17 aprile 2010

Separati in casa

Berlusconi rilascia dichiarazioni a raffica. Da un lato lancia ultimatum a Fini, dall'altro cerca di rassicurare tutti.
Il suo mostrarsi duro e pronto a qualunque evenienza mal si sposa con l'ostentata sicurezza con cui descrive un futuro per il suo partito.
Mentre Bossi scuote la testa sconsolato, dicendosi convinto che non ci sia possibilità di ricucire lo strappo nel PDL, da Milano Berlusconi prosegue con le sue rassicurazioni. "La maggioranza resisterà, il Governo continuerà, sono cose superabili" e aggiunge "Penso che si possa ricompattare, ma in qualunque direzione si vada non ci saranno problemi. State sereni".
Nel suo cercare di rassicurare e di mettere le mani avanti assieme si produce in un risultato che può rassicurare solo chi è già convinto, mentre persino tra chi si dice convinto dell'unità del governo adduce motivazioni di mera convenienza.
Come a dire, sono i soliti giochi di potere.
Sarà veramente così? 
Ciò che è emerso da recenti rivelazioni farebbe pensare il contrario. Dalle intercettazioni di Trani si evince che le volontà del Premier venivano eseguite controvoglia, e gli interessati si domandavano cosa fare dopo che lui non ci sarebbe più stato, riferendosi molto probabilmente all'età avanzata.
Allo stesso modo, chiunque abbia le facoltà di ritagliarsi un proprio spazio nel centro destra che verrà si sta preparando a abbandonare la nave, per evitare di affondare col relitto di un partito che senza Berlusconi altro non è che parte dei resti della "Prima Repubblica".
Intanto il Premier scalcia, riuscendo ad ammiccare all'opposizione e dandole dell'irresponsabile nella stessa frase.
L'umore di Fini per la situazione del partito non è un mistero, come non lo è il suo giudizio nei confronti del co fondatore Berlusconi. In un fuori onda è arrivato a dire che se il Premier avesse continuato su quella rotta sarebbe potuto finire come Mussolini.
Non dimentichiamo inoltre i disastri delle liste regionali, causa di conflitti irrisolti all'interno del partito. Se prima Fi e An si spartivano cariche e poltrone in base ai voti ottenuti, ora che si presentano assieme gli equilibri non sono più regolati dal risultato elettorale, ma dalle correnti interne al partito.
In questi giorni Berlusconi è affannato nel tentativo di mostrare una sicurezza che pare non avere, mentre il silenzio di Fini fa pensare a un intenso lavoro sotto il pelo dell'acqua.
Staremo a vedere nei prossimi giorni, ma la frattura anticipata dagli esperti per il dopo elezioni pare sempre più probabile. 
Persino il periodo sembra confermare il fatto che la rottura avvenga più per lotte di potere che reali motivi ideologici.
Le elezioni nazionali portano potere legislativo,  ma è nelle regioni che i partiti trovano maggiori vantaggi economici. Nelle regioni si muovono più soldi, e con maggiore discrezionalità. Ci sono anche molti più posti di lavoro con cui ricompensare collaboratori e clienti. 
In definitiva, il grosso della torta è andato, ora ognuno per la sua strada.


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16 aprile 2010

Soldi e buoi dei paesi tuoi

Il leader della Lega, Umberto Bossi, ha rilasciato questa dichiarazione: "E' chiaro che le banche più grosse del nord avranno uomini nostri a ogni livello. La gente ci dice prendetevi le banche e noi lo faremo".
Colpisce all'istante la stranezza di questa dichiarazione, visto che un leader di partito, rappresentante di interessi particolari (a oggi circa il 12 % degli aventi diritto), dice di voler "prendere" delle banche.
La prima cosa da notare è che gli istituti di credito sono privati, e i consigli di amministrazione dovrebbero prendere le decisioni nell'interesse degli azionisti e dei clienti. In che modo tutto questo potrebbe coesistere con gli interessi di un partito politico? 
Se non bastasse l'evidente conflitto di interessi non farebbe male ricordare come finì l'avventura finanziaria della Lega.
I vertici del partito incaricarono Gian Maria Galimberti di fondare una banca, che ovviamente sarebbe stata controllata dal partito, che prese il nome di CrediEuronord.
Senza tirarla troppo per le lunghe, la banca fallì a causa della disastrosa gestione. CrediEuronord venne rilevata dalla Banca Popolare di Lodi (oggi Banca Popolare Italiana), che fa capo a Gianpiero Fiorani. In questo modo i debiti contratti dalla banca della Lega vennero rilevati, e forse per coincidenza da allora la Lega smise di assumere certe posizioni forti che l'avevano caratterizzata in passato.
Viene poi da chiedersi quando effettivamente la gente abbia chiesto alla Lega di prendersi le banche. Non sembra sia una delle priorità dei cittadini, ma ove si fosse verificato questo strano evento il senatore avrebbe dovuto ricordare che secondo la Costituzione l'iniziativa economica privata è libera, ed è compito della Repubblica controllare l'esercizio del credito, non di un partito minoritario.
Il sistema per disciplinare il credito è di promuovere leggi attinenti in parlamento, non di occupare i consigli di amministrazione delle banche. E' evidente che sarebbe soltanto un modo per aggirare il regolare iter legislativo.

Le intenzioni palesate da Bossi sono in contrasto con l'articolo 41 e 47 della Costituzione.

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16 aprile 2010

Di chi è la colpa?

In questi giorni si è sentito più o meno di tutto sulla Chiesa cattolica, ma si è mancato il punto della situazione.
I vertici ecclesiastici hanno parlato di "attacchi alla Chiesa". 
Non è così. Innanzi tutto non sono attacchi, ma sono state contestate delle responsabilità penali. 
In ultimo, ma importantissimo, le accuse sono mosse a persone specifiche, in maggior parte alla figura di Benedetto XVI, sia per il suo operato precedente all'investitura papale, sia come vertice massimo dell'organizzazione responsabile degli abusi.
Il problema infatti non è soltanto il reato in sé, che per quanto odioso è perlopiù responsabilità del singolo, ma la copertura dei crimini commessi, allo scopo di salvaguardare l'immagine della Chiesa. 
Questo insabbiamento non ci sarebbe stato se non si fosse ritenuto politicamente utile proteggere l'istituzione dai danni mediatici.

In ultima analisi esistono quindi responsabilità oggettive, accuse a individui specifici. Tirare in ballo l'intera comunità cattolica è il tentativo di attuare una difesa estrema, confondendo l'operato e la credibilità di alcuni con un giudizio che dovrebbe ricadere sull'intera struttura. Stabilire quanto sia diffuso il malcostume all'interno della gerarchia è compito delle autorità competenti.

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15 aprile 2010

Alfano e la Costituzione

Il disegno di legge Alfano, che presto dovrebbe essere approvato in Senato, cambierebbe le norme di utilizzo delle intercettazioni in modi che lasciano alquanto perplessi. 
Innanzi tutto riguardo alle condizioni che determinano la legittimità dello strumento: se nulla dovesse cambiare, per iniziare le procedure di intercettazione si richiederebbero "evidenti indizi di colpevolezza", ed è palese che garantire l'utilizzo di uno strumento probatorio dopo che la colpevolezza è praticamente accertata è un'evidente contraddizione. 
Su questo aspetto è complesso identificare con precisione evidenti profili di incostituzionalità, anche se è vero che una limitazione illogica nell'uso di strumenti utili alla magistratura stride con il principio espresso dall'articolo 104. 
E' vero che i magistrati sono soggetti alla legge in questo caso, ma è chiara l'intenzione di creare un circolo vizioso che di fatto ne limiti l'operato oltre il buon senso e la legittimità. 
E' come dire che un malato, che debba prendere un medicinale quando arriva a 40° di febbre, possa usare il termometro solo se ha "evidenti indizi che abbia 40° di febbre". 
Le condizioni necessarie per l'utilizzo dello strumento dovrebbero essere create dallo strumento stesso, quindi più che normare l'utilizzo delle intercettazioni si tenta semplicemente di impedirlo. 
Se una legge vuole impedire il verificarsi di un evento va detto chiaro e tondo che tale evento è illegale, mentre qui si finge di normare le intercettazioni rendendole invece completamente inutili.

Un aspetto del disegno di legge, sul quale invece sono chiarissimi i profili di incostituzionalità, è l'impossibilità di pubblicare i testi delle intercettazioni e altri documenti pubblici attinenti ai processi su giornali, spazi web o in televisione.
Sono documenti pubblici, e qualunque cittadino può accedere alle aule dei tribunali e assistere ai processi in corso. 
Non viene quindi limitata in linea teorica la libertà del cittadino nel poter conoscere i fatti giudiziari, ma viene impedito il lavoro dei divulgatori, in parole povere viene violato il diritto di stampa, in netto contrasto con l'articolo 21 della Costituzione.
Se il governo ritiene lecito che un cittadino possa accedere a determinate documentazioni, per quale motivo cerca di limitarne la diffusione? E' ovvio che limitarne la diffusione da parte dei mass media di fatto rende impossibile per il cittadino conoscere i dettagli di un processo, visto che è impossibile che tutti quanti possano recarsi in tribunale e visionare gli atti. 
Quale logica sta alla base di questa norma? Non riesco in alcun modo trovare alcuna utilità, fuorché il desiderio delle persone coinvolte di mantenere il riserbo sulla questione. Il problema è che non è possibile che esista un segreto processuale, perché questo garantirebbe alla magistratura un potere pressoché assoluto, che sarebbe teoricamente in grado di far sparire una persona dall'oggi al domani. Di fatto un innocente trova utilità nel veder diffuse le prove della propria innocenza, mentre poter visionare delle prove di colpevolezza è utile all'intera comunità.
Anche in questo caso si nota con evidenza come i principi espressi dall'articolo 21 non siano solo mera teoria, quanto una difesa di necessità reali dei cittadini. 
Auspico che questo disegno di legge subisca sostanziali modifiche prima dell'approvazione, di modo che questa ennesima riforma della giustizia non sia un ulteriore indebolimento della medesima.

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aprile       
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29 dicembre 2010 La fine dell'anno La fine dell'anno è arrivata. Il primo decennio del  XXI secolo si è concluso. Ho riascoltato i discorsi di fine anno dei nostri Presidenti della Repubblica. Qualcuno leggeva altri andavano a memoria. Gli argomenti? Disoccupazione, emigrazione, terrorismo, studenti, assassini comuni e politici.  la costanza di tali elementi  mi è ... (continua) Leggi tutto

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